Che cosa significa davvero Educazione Yogica?

Quando dico che ho creato un Metodo di Educazione Yogica, una delle prime immagini che può venire in mente è probabilmente questa: un bambino seduto a gambe incrociate, occhi chiusi, mani sulle ginocchia, mentre prova a meditare. Oppure una mamma che fa yoga insieme al proprio figlio.

Bellissimo.

Ma l’Educazione Yogica non è questo.




O meglio: può esserci anche questo, ma è soltanto una piccolissima parte. Perché non serve che tuo figlio sappia fare la posizione dell’albero. Non deve conoscere i chakra. Non deve meditare. E non deve nemmeno mettere piede su un tappetino da yoga.

L’Educazione Yogica, almeno per come l’ho pensata io, comincia molto prima.

Comincia da noi.

Lo yoga non è soltanto quello che facciamo sul tappetino

Per tanto tempo abbiamo associato la parola yoga soprattutto alle asana, cioè alle posizioni. Se diciamo: “Faccio yoga” pensiamo immediatamente al tappetino, alla respirazione, alla flessibilità, alle posizioni. Ma lo yoga è molto più ampio. È anche osservazione. Presenza. Consapevolezza. Relazione con noi stessi e con ciò che ci circonda. Ed è proprio questa parte dello yoga che mi ha fatto pensare:

E se provassimo a portarla nella famiglia?

Non come un’altra tecnica educativa. Non come un elenco di regole da applicare ai bambini. Ma come un modo diverso di vivere la genitorialità.

Non voglio insegnare lo yoga ai bambini. Voglio portarlo nella relazione.

C’è una differenza che per me è fondamentale. L’Educazione Yogica non nasce con l’obiettivo di creare piccoli yogi. Nasce dall’idea che alcuni principi dello yoga possano aiutarci a costruire un ambiente familiare più consapevole. Per questo il primo lavoro non riguarda il bambino. Riguarda l’adulto.

Prima di chiedere:

“Come posso insegnare a mio figlio a gestire la rabbia?”

posso chiedermi:

“Come vivo io la mia rabbia?”

Prima di chiedermi come crescere un bambino sicuro di sé, posso osservare il rapporto che io ho con me stesso.

Prima di insegnargli a mettere dei confini, posso domandarmi se io riesco a dire di no.

Prima di chiedergli di rallentare, posso guardare la velocità con cui sto vivendo le mie giornate.

Prima di dirgli di respirare…

posso respirare io.

È da qui che parte tutto.

Il bambino osserva molto più di quanto immaginiamo

I bambini vivono immersi nel nostro modo di stare al mondo. Vedono come parliamo con il nostro partner. Come reagiamo quando qualcosa va storto. Come trattiamo il nostro corpo. Come parliamo di noi stessi. Come affrontiamo un errore. Come gestiamo lo stress. Come trattiamo gli altri. Posso spiegare a mio figlio che è importante riposarsi, ma se mi vede correre continuamente e sentirmi in colpa ogni volta che mi fermo, riceverà anche un altro messaggio.

Posso dirgli:

“Devi volerti bene.”

Ma se ogni mattina mi guarda allo specchio e mi sente criticare il mio corpo, qualcosa arriverà anche da lì. E non significa che dobbiamo diventare improvvisamente impeccabili. Significa semplicemente riconoscere che anche il nostro modo di vivere educa.

Perché il metodo parte da Mūla

Quando ho strutturato il Metodo di Educazione Yogica ho scelto di non iniziare dai bambini. Ho scelto di iniziare dalle radici. La prima fase si chiama infatti Mūla. Mūla significa radice, base, origine. Prima delle strategie educative ci sono le fondamenta sulle quali quella famiglia verrà costruita. La nostra storia. Il rapporto con noi stessi. La coppia. Le nostre paure. Le aspettative. Il modo in cui immaginiamo la famiglia. Il nostro equilibrio. L’ambiente che stiamo creando intorno al bambino.

Per questo il Libro Mūla, Prima di educare tuo figlio, educa te stesso, parte ancora prima della nascita. Dal desiderio di un figlio fino al parto. Perché una famiglia, in un certo senso, comincia a trasformarsi ancora prima che quel bambino arrivi.

Educazione Yogica significa imparare a osservare

Una delle cose che lo yoga mi ha insegnato è proprio l’osservazione. Non cambiare immediatamente. Prima osservare. E credo che questo sia potentissimo anche nella genitorialità. Prova a pensare a una situazione in cui tuo figlio fa qualcosa che ti manda immediatamente fuori di testa. Prima ancora di decidere come correggere il suo comportamento, possiamo provare a osservare la nostra reazione.

Perché questa cosa mi irrita così tanto? Sono stanco? Mi sento ignorato? Ho paura del giudizio degli altri? Questa situazione mi ricorda qualcosa della mia infanzia? Sto chiedendo a mio figlio qualcosa che in realtà non è adeguato alla sua età? Non sempre troveremo una risposta profonda. A volte saremo semplicemente stanchi e avremo bisogno di cinque minuti di silenzio. Ma anche riconoscere questo è consapevolezza.

Presenza non significa stare sempre insieme

Un’altra parola centrale nell’Educazione Yogica è presenza. E anche qui credo ci sia un equivoco. Essere presenti non significa trascorrere ventiquattro ore al giorno con i propri figli. Possiamo stare un’intera giornata nella stessa stanza senza esserci davvero. Telefono in mano. Testa al lavoro. Pensieri sulla cena. Lista mentale delle cose da fare. E possiamo invece avere dieci minuti in cui siamo completamente lì. Ascoltiamo. Guardiamo. Giochiamo. Senza fare contemporaneamente altre cinque cose. Nel libro collego questa capacità di concentrare l’attenzione anche al concetto yogico di Dharana: portare la mente verso un punto, invece di lasciarla continuamente dispersa. Non serve trasformare la casa in un monastero. Possiamo semplicemente provare, ogni tanto, a essere davvero dove siamo.

E poi c’è il respiro

Il respiro è probabilmente uno degli strumenti più semplici che possiamo portarci dietro. Non costa nulla. Non richiede attrezzatura. Non dobbiamo trovare mezz’ora libera. È già con noi. Nel Libro Mūla propongo anche pratiche molto semplici legate al respiro proprio perché, nei momenti di stress, può diventare una piccola ancora. Non per cancellare un’emozione. Non per obbligarci a essere calmi. Ma per creare quello spazio minuscolo tra ciò che succede e la nostra reazione. A volte basta proprio quello. Un respiro prima di rispondere. Un respiro prima di urlare. Un respiro prima di dire qualcosa che sappiamo già che non vorremmo dire. Non funzionerà sempre. Ma possiamo allenarlo.

Non è un metodo per controllare meglio i bambini

Questa è probabilmente la cosa più importante. L’Educazione Yogica non nasce per avere bambini più obbedienti. Non nasce per trovare il trucco perfetto contro i capricci. E non promette una casa in cui nessuno urla, nessuno litiga e tutti meditano alle sette del mattino.

Il suo obiettivo è diverso.

Costruire maggiore consapevolezza dentro la famiglia.

Conoscere meglio noi stessi. Riconoscere i nostri automatismi. Creare radici più solide. Imparare a tornare al nostro centro quando inevitabilmente lo perdiamo. Perché lo perderemo. La vita familiare è movimento continuo.

Prova a partire da una domanda

Se vuoi capire davvero che cosa intendo quando parlo di Educazione Yogica, oggi non ti propongo nessuna posizione yoga. Nessuna meditazione. Nessun esercizio complicato. Soltanto una domanda:

Qual è la cosa che vorresti insegnare più di tutte a tuo figlio?

La calma? La sicurezza? La gentilezza? Il coraggio? Il rispetto? La capacità di dire di no? La libertà Scegline una.

Poi fai un secondo passaggio:

Come sto vivendo io questa qualità nella mia vita?

Non per giudicarti. Solo per osservare. Perché forse l’Educazione Yogica può essere riassunta proprio così:

prima di cercare continuamente qualcosa da insegnare ai nostri figli, possiamo iniziare a chiederci che cosa stiamo mostrando loro attraverso il nostro modo di vivere.

Ed è per questo che il primo percorso del Metodo di Educazione Yogica non comincia dal bambino. Comincia da noi. Dalle nostre radici.

Da Mūla.


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