Cosa voglio portare con me della famiglia in cui sono cresciuto?

Quando parliamo di educazione consapevole, molto spesso partiamo da ciò che vogliamo cambiare.

“Con mio figlio non farò così.”

“Non voglio essere troppo severa.”

“Non voglio urlare.”

“Non voglio che abbia paura di sbagliare.”

“Non voglio ripetere quello che facevano i miei genitori.”

È comprensibile.




Diventare genitori ci porta inevitabilmente a ripensare alla nostra infanzia e a osservare alcune cose con occhi diversi. Ma c’è una domanda che secondo me facciamo molto meno spesso:

Cosa, invece, voglio assolutamente portare con me?

Perché le nostre radici non sono fatte soltanto di cose da correggere. Sono fatte anche di tantissime cose da custodire.

Non tutto deve essere guarito

Negli ultimi anni utilizziamo tantissimo parole come ferite, traumi, schemi familiari, cicli da interrompere. Sono temi importanti. Ma a volte ho la sensazione che, parlando della nostra infanzia, siamo diventati bravissimi a cercare tutto ciò che non ha funzionato.

Molto meno a riconoscere ciò che invece ci ha fatto bene. Eppure dentro la famiglia in cui siamo cresciuti possono esserci tantissime risorse. Forse alcune sono talmente normali per noi che non ci siamo mai nemmeno accorti del loro valore. Finché non diventiamo genitori.

Ci sono cose che capisci soltanto quando cresci

Da bambini alcune cose sembrano semplicemente normali. La cena tutti insieme. Una mamma che prepara sempre qualcosa quando qualcuno viene a trovarci. Un papà che inventa giochi assurdi durante i viaggi in macchina. Le domeniche dai nonni. Il modo in cui si festeggiava il Natale. Una telefonata quando qualcuno arrivava a casa. La porta sempre aperta per gli amici. Una passeggiata fatta ogni estate nello stesso posto.

Non pensiamo:

“Questo rituale sta costruendo il mio senso di appartenenza.”

Semplicemente lo viviamo. Poi passano gli anni. Costruiamo una famiglia nostra. E improvvisamente ci ritroviamo a fare una determinata cosa esattamente come veniva fatta a casa nostra. Non perché qualcuno ce lo abbia insegnato esplicitamente. Ma perché, per noi, quello è il sapore della famiglia.

Qual è il sapore della tua infanzia?

Se ti chiedessi di descrivere la famiglia in cui sei cresciuto senza utilizzare parole come “bella”, “felice”, “difficile” o “complicata”, cosa racconteresti? Forse parleresti di un profumo. Di una cucina. Di un rumore. Di una frase che qualcuno diceva sempre. Di una vacanza. Di una persona. Di una tradizione. Di un piatto. Di una domenica. Di un luogo. Le nostre radici sono fatte anche di queste cose piccolissime. E spesso sono proprio quelle che rimangono.

I valori passano attraverso la quotidianità

Quando pensiamo ai valori che vogliamo trasmettere ai nostri figli, utilizziamo parole molto grandi. Rispetto. Gentilezza. Generosità. Libertà. Famiglia. Coraggio.

Ma probabilmente nessuno di noi ha imparato davvero questi valori perché un adulto si è seduto davanti a noi dicendo:

“Oggi parleremo della generosità.”

Li abbiamo imparati osservando. Forse hai imparato la generosità vedendo tua nonna preparare sempre un piatto in più. Hai imparato l’ospitalità perché a casa tua c’era sempre posto per qualcuno. Hai imparato l’indipendenza perché i tuoi genitori ti lasciavano provare. Hai imparato l’importanza della famiglia perché, qualsiasi cosa succedesse, sapevi che qualcuno sarebbe arrivato. Hai imparato ad amare la natura perché da bambino passavi le domeniche fuori. Sono valori diventati comportamenti. Ed è proprio così che possiamo portarli avanti.

Conservare non significa copiare

C’è però una cosa importante. Portare qualcosa della nostra famiglia d’origine nella famiglia che stiamo costruendo non significa doverla replicare. Possiamo conservarne l’essenza e cambiarne completamente la forma. Magari nella tua famiglia il pranzo della domenica era sacro. Oggi vivi lontano dai tuoi parenti e non puoi ricrearlo. Ma forse puoi conservare quello stesso valore creando una sera alla settimana in cui cenate insieme senza telefoni. Forse da bambino passavi tutte le estati nella casa dei nonni. Tuo figlio non avrà quella stessa esperienza. Ma puoi costruire un altro rituale che gli dia la stessa sensazione di continuità. Le tradizioni possono evolvere. I valori possono cambiare forma. Le radici non sono una gabbia. Sono un punto da cui partire.

La famiglia che creiamo è un incontro

Quando costruiamo una famiglia con un’altra persona succede qualcosa di bellissimo e, qualche volta, complicatissimo. Arrivano anche le sue tradizioni. I suoi ricordi. Le sue abitudini. Il suo modo di festeggiare. Le cose che per lui significano “casa”. E magari scopriamo che sono completamente diverse dalle nostre. È qui che possiamo creare qualcosa che prima non esisteva. Un po’ della mia famiglia. Un po’ della tua. E qualcosa che appartiene soltanto a noi. Nascono così nuovi rituali. Nuove tradizioni. Nuovi modi di stare insieme. E un giorno nostro figlio probabilmente penserà che tutte quelle cose siano sempre esistite. Per lui saranno semplicemente:

“Le cose che facciamo nella nostra famiglia.”

Non serve conservare tutto

Naturalmente possiamo anche decidere che alcune cose non ci appartengono più. Possiamo amare profondamente la nostra famiglia d’origine e contemporaneamente scegliere di vivere diversamente. Possiamo essere grati per quello che abbiamo ricevuto senza sentirci obbligati a ripeterlo. Questo è uno dei punti centrali del lavoro sulle radici nella Fase Mūla. Non dividere il passato in:

giusto / sbagliato.

Ma imparare a chiedersi:

Mi appartiene ancora?

Voglio che continui nella famiglia che sto costruendo?

Se sì, lo porto con me. Se no, posso lasciarlo andare. E se non lo so ancora, posso semplicemente osservarlo.

Prova a ricordare prima di analizzare

Ti propongo un piccolo esercizio. Prima di pensare a ciò che vorresti cambiare della tua educazione, fai una cosa diversa. Chiudi gli occhi per qualche secondo e pensa alla tua infanzia. Non cercare necessariamente un momento importante. Lascia arrivare un ricordo qualsiasi. Dove sei? Chi c’è? Che stagione è? Cosa state facendo? Come ti senti? Poi chiediti:

Che cosa c’è in questo ricordo che vorrei far vivere, in qualche forma, anche a mio figlio?

Potrebbe sorprenderti la risposta.

Crea la tua lista delle cose da custodire

Nel percorso Mūla lavoriamo sulle nostre radici proprio per trasformarle in qualcosa di consapevole. Puoi iniziare con una lista semplicissima:

Della famiglia in cui sono cresciuto voglio portare con me…

E poi scrivi. Il modo in cui festeggiavamo. La libertà. Le vacanze. Le ricette. La capacità di ridere. La vicinanza. Il rispetto. La musica. Il rapporto con la natura. Le telefonate. Le domeniche lente. Le storie raccontate dai nonni. Non cercare soltanto grandi valori. Scrivi anche le cose apparentemente inutili. Perché magari tra vent’anni tuo figlio non ricorderà quale metodo educativo hai utilizzato. Ma potrebbe ricordare perfettamente una colazione particolare che preparavate ogni sabato mattina.

Le radici possono diventare tradizioni nuove

La parte più bella arriva dopo. Prendi qualcosa della tua lista e chiediti:

Come posso portarlo nella nostra famiglia di oggi?

Non devi farlo esattamente come i tuoi genitori. Puoi reinterpretarlo. Trasformarlo. Mescolarlo con le tradizioni del tuo partner. Inventare qualcosa di completamente nuovo. È così che una famiglia costruisce lentamente la propria identità. Un gesto dopo l’altro. Un rituale dopo l’altro. Un ricordo dopo l’altro.

Un giorno queste saranno le radici di tuo figlio

C’è una cosa che trovo bellissima quando penso a tutto questo. Quello che per noi oggi è una scelta consapevole, per nostro figlio un giorno sarà semplicemente infanzia. Quel piccolo rituale che abbiamo deciso di inventare. Quella tradizione presa dalla nostra famiglia. Quel modo particolare di festeggiare. Quelle domeniche. Quelle frasi. Quei viaggi. Quei momenti apparentemente insignificanti. Diventeranno parte delle sue radici. Ed è per questo che nella Fase Mūla non guardiamo al passato soltanto per capire cosa vogliamo cambiare. Guardiamo indietro anche per riconoscere ciò che merita di continuare. Perché prima di costruire qualcosa di completamente nuovo, può essere bellissimo fermarsi e chiedersi:

Cosa di ciò che ho ricevuto voglio regalare, a mia volta, a mio figlio?


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