Prima di essere genitori siamo stati figli
C’è una cosa curiosa che succede quando diventiamo genitori. Pensiamo di stare crescendo un bambino. E invece, qualche volta, quel bambino fa riemergere anche il bambino che siamo stati noi. Magari avevamo trent’anni senza esserci mai posti certe domande sulla nostra infanzia.
Poi arriva nostro figlio. Lo guardiamo piangere. Lo vediamo avere paura. Ci chiede di prenderlo in braccio. Fa qualcosa che ci fa arrabbiare in modo sproporzionato. E improvvisamente qualcosa dentro di noi si muove. Perché prima di essere mamma o papà, siamo stati figli. E quella parte della nostra storia non scompare quando diventiamo adulti.
“Io con mio figlio non farò mai così”
Quante volte lo abbiamo pensato? Ci sono cose della nostra educazione che ricordiamo benissimo. Frasi che ci davano fastidio. Regole che non capivamo. Momenti in cui avremmo voluto essere ascoltati diversamente. E magari, ancora prima di avere figli, abbiamo deciso:
“Io questa cosa non la farò mai.”
Poi diventiamo genitori. Siamo stanchi. Abbiamo fretta. Nostro figlio continua a fare esattamente quella cosa che gli abbiamo chiesto dieci volte di non fare. Apriamo la bocca e… esce una frase che conosciamo benissimo. Perché l’abbiamo sentita cento volte da bambini. Ed è lì che possiamo renderci conto di quanto profondamente la nostra storia continui a vivere dentro di noi.
Non partiamo da zero
Quando nasce un bambino, nasce anche un genitore. È una frase bellissima, ma c’è una precisazione importante. Quel genitore non nasce da zero. Arriva alla genitorialità con una storia già lunghissima. Con un’idea di amore. Di famiglia. Di autorità. Di conflitto. Di sicurezza. Di libertà. Di successo. Di fallimento. Di cosa significa essere “bravi”. Tantissime di queste idee non le abbiamo nemmeno scelte consapevolmente. Le abbiamo semplicemente respirate nell’ambiente in cui siamo cresciuti. Erano la nostra normalità.
Ogni famiglia ha il proprio linguaggio
Pensa per un momento alla casa in cui sei cresciuto. Come si dimostrava affetto? Con le parole? Con gli abbracci? Preparando qualcosa da mangiare? Facendo cose pratiche per l’altro? Oppure l’affetto c’era, ma veniva espresso poco? E quando qualcuno era arrabbiato? Si parlava? Si urlava? Si smetteva di parlare? Si faceva finta di niente? E gli errori? Erano accettati? Venivano criticati? Bisognava essere bravi? Bisognava essere forti? Si poteva piangere? Sono tutte piccole cose che, messe insieme, costruiscono il nostro primo significato della parola famiglia.
E spesso ce ne rendiamo conto soltanto quando proviamo a costruirne una nostra.
Nostro figlio può toccare punti che non sapevamo di avere
A volte una reazione molto forte nei confronti di un bambino non nasce soltanto da ciò che sta facendo. Pensiamo a un bambino che dice continuamente: “No.” Un adulto può viverlo semplicemente come una normale fase di crescita. Un altro può sentirsi profondamente sfidato.
Perché?
Le ragioni possono essere tantissime. Forse è cresciuto in un ambiente in cui contraddire un adulto era considerato una mancanza di rispetto. Forse da bambino non poteva dire di no. Forse ha imparato che essere “bravo” significava obbedire. E così il “no” di suo figlio non incontra soltanto il genitore adulto. Incontra anche la sua storia. Questo non significa che dietro ogni nostra irritazione debba esserci necessariamente un trauma nascosto. Qualche volta un bambino ci irrita semplicemente perché siamo stanchi. E va bene così. Ma altre volte fermarci a osservare perché una determinata situazione ci tocca così tanto può raccontarci qualcosa di interessante su noi stessi.
Guardare indietro senza trasformare tutto in una colpa
Quando parlo di osservare la nostra infanzia, non intendo mettersi alla ricerca di tutto ciò che i nostri genitori hanno sbagliato. Non è questo lo scopo della Fase Mūla. I nostri genitori avevano a loro volta una storia. Sono stati bambini. Hanno ricevuto un’educazione. Hanno avuto paure, difficoltà, risorse e limiti. Probabilmente hanno fatto alcune cose meravigliosamente. Altre meno. Esattamente come faremo noi. Il punto non è decidere:
“Chi ha sbagliato?”
La domanda che trovo molto più utile è:
“Che cosa voglio fare io, adesso, con quello che ho ricevuto?”
Ci sono anche radici bellissime
Quando iniziamo a parlare di infanzia e genitorialità consapevole rischiamo di concentrarci soltanto sulle ferite. Ma le nostre radici sono molto più grandi delle cose che ci hanno fatto soffrire. Dentro ci sono anche risorse. Tradizioni. Ricordi. Valori. Profumi. Rituali. Modi di stare insieme. Forse sei cresciuto in una casa in cui la domenica era davvero domenica. Forse tuo padre ti ha insegnato a non avere paura di provare. Forse tua madre riusciva sempre a creare calore intorno a una tavola. Forse nella tua famiglia si viaggiava. Si rideva tantissimo. Si festeggiavano le piccole cose. Ci si aiutava. Si rispettavano gli anziani. Si passava molto tempo nella natura. Tutto questo fa parte delle tue radici tanto quanto ciò che oggi vorresti cambiare.
Possiamo scegliere cosa continua
Ed è forse questa la parte che amo di più. Diventare genitori ci offre la possibilità di fare una cosa molto potente:
scegliere.
Non possiamo cambiare l’infanzia che abbiamo avuto. Ma possiamo osservare ciò che ci ha lasciato e decidere cosa vogliamo farne. Posso dire:
“Questo valore voglio che continui.”
“Questa tradizione voglio che mio figlio conosca.”
“Questo modo di amarci voglio portarlo nella nostra casa.”
E contemporaneamente:
“Questa cosa finisce con me.”
Oppure, ancora meglio:
“Questa cosa con me cambia forma.”
Perché non sempre dobbiamo cancellare. Qualche volta possiamo trasformare.
E se la tua infanzia è stata felice?
Anche questa domanda secondo me è importante. Il lavoro sulle proprie radici non è riservato soltanto a chi ha avuto un’infanzia difficile. Puoi essere cresciuto in una famiglia meravigliosa e avere comunque qualcosa da osservare. Perché i tempi cambiano. Tu sei una persona diversa dai tuoi genitori. Tuo figlio sarà diverso da te. La famiglia che stai costruendo avrà esigenze diverse. Consapevolezza non significa necessariamente rompere con il passato. Può significare anche riconoscere:
“Ho ricevuto qualcosa di prezioso e voglio custodirlo.”
Quando diventiamo genitori incontriamo di nuovo i nostri genitori
C’è poi un’altra trasformazione che trovo interessante. Quando diventiamo genitori, qualche volta iniziamo a vedere anche i nostri genitori in modo diverso. Situazioni che da bambini sembravano incomprensibili assumono improvvisamente un’altra prospettiva. La stanchezza. Le preoccupazioni. Le decisioni difficili. La sensazione di non sapere sempre cosa fare. Questo non significa giustificare qualsiasi cosa. Significa semplicemente aggiungere un altro punto di vista. Da bambini vedevamo soltanto il nostro lato della storia. Da adulti possiamo iniziare a vedere anche la complessità dell’altro.
Un esercizio semplice
Nel percorso Mūla dedico spazio proprio alle nostre radici perché credo che alcune domande vadano non soltanto lette, ma vissute. Puoi iniziare anche adesso. Prendi un foglio e scrivi tre frasi:
Da bambino avrei voluto più…
Della mia infanzia voglio assolutamente conservare…
Con mio figlio vorrei fare diversamente…
Non cercare risposte perfette. Scrivi quello che arriva. Potrebbe essere qualcosa di enorme. Oppure una cosa apparentemente insignificante.
“Avrei voluto essere ascoltato di più.”
“Voglio conservare i nostri pranzi della domenica.”
“Vorrei dire più spesso ti voglio bene.”
“Voglio lasciare più libertà.”
“Voglio creare più rituali.”
Sono tutte informazioni sulle tue radici.
Non possiamo scegliere da dove veniamo. Possiamo scegliere dove andare.
Forse è proprio questo uno dei significati più importanti della Fase Mūla. Prima di costruire la famiglia che desideriamo, possiamo fermarci un momento a guardare la famiglia da cui arriviamo. Non per rimanere nel passato. Ma per conoscerlo abbastanza da non doverlo ripetere automaticamente. Possiamo custodire ciò che ci ha fatto bene. Trasformare ciò che oggi sentiamo diverso. Creare qualcosa di nuovo. E un giorno anche nostro figlio guarderà indietro. Anche lui avrà ricordi della propria infanzia. Anche lui avrà qualcosa che vorrà conservare e qualcosa che farà diversamente. Non possiamo costruirgli un’infanzia perfetta. Possiamo però provare a costruirne una consapevole, presente e vera. Perché prima di essere genitori siamo stati figli.
E, in qualche modo, mentre cresciamo loro continuiamo a crescere anche noi.



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