Non serve essere un genitore perfetto
Prima di diventare genitori abbiamo un sacco di idee su come saremo.
“Io questa cosa non la farò mai.”
“Io non urlerò.”
“Io avrò sempre pazienza.”
“Io non userò mai quella frase che diceva mia madre.”
Poi arriva un figlio.
E insieme a lui arrivano le notti in cui hai dormito quattro ore, le mattine in cui sei già in ritardo, i pianti per motivi apparentemente incomprensibili, il lavoro, la casa, la stanchezza, la coppia, le preoccupazioni. E un giorno ti senti pronunciare proprio quella frase che avevi giurato di non dire mai.
Benvenuti nella genitorialità reale.
Il problema non è sbagliare
Credo che una delle cose che pesano di più sui genitori di oggi sia la sensazione di essere continuamente sotto esame. Abbiamo accesso a una quantità enorme di informazioni sull’educazione. Sappiamo che dovremmo accogliere le emozioni.
Mantenere la calma.
Non etichettare.
Non minacciare.
Non ricattare.
Essere presenti.
Dare autonomia.
Mettere confini.
Rispettare i tempi del bambino.
Prenderci cura della coppia.
Prenderci cura di noi stessi.
E possibilmente fare tutto questo dopo una giornata di lavoro, con la cena sul fuoco e qualcuno che ci sta chiamando “mamma” per la diciassettesima volta in tre minuti. La teoria può essere meravigliosa. La vita vera è un’altra cosa. Ed è proprio qui che vorrei togliere un po’ di peso dalle spalle dei genitori.
Essere consapevoli non significa non sbagliare mai.
Tuo figlio non ha bisogno di vederti sempre calmo
Questa idea può sembrare strana, soprattutto perché parlo spesso di presenza, equilibrio e consapevolezza. Ma essere equilibrati non significa essere immobili. Non significa svegliarsi ogni mattina zen, parlare sempre con un tono di voce perfetto e attraversare qualsiasi difficoltà con il sorriso. Siamo esseri umani.
Ci arrabbiamo.
Ci stanchiamo.
Ci sentiamo sopraffatti.
Abbiamo giornate in cui riusciamo ad accogliere tutto e altre in cui una tazza rovesciata sul tavolo sembra improvvisamente l’ultima goccia.
La domanda interessante, allora, non è:
“Come faccio a non perdere mai la pazienza?”
Forse è:
“Cosa faccio quando la perdo?”
Ed è una differenza enorme.
Anche quello che succede dopo educa
Immagina una situazione normalissima. Sei stanco. Tuo figlio insiste. Tu rispondi male. Alzi la voce. Passano alcuni minuti e ti rendi conto che la tua reazione è stata molto più grande di quello che stava realmente succedendo. A quel punto puoi far finta di niente. Oppure puoi tornare da lui.
“Prima ho urlato. Ero molto nervoso, ma non era giusto parlarti così. Mi dispiace.”
Non stai perdendo autorevolezza. Stai mostrando qualcosa di importantissimo. Che possiamo sbagliare senza essere persone sbagliate. Che possiamo assumerci la responsabilità delle nostre azioni. Che chiedere scusa non ci rende deboli. Che una relazione può attraversare un momento difficile e poi ritrovarsi. Anche questa è educazione. Forse è proprio nelle nostre imperfezioni che alcuni insegnamenti diventano più veri.
La perfezione crea una trappola
C’è anche un altro problema nella ricerca della perfezione. Se penso che per essere un buon genitore io debba essere sempre paziente, ogni volta che perderò la pazienza penserò di aver fallito. Se penso che una mamma consapevole non dovrebbe mai desiderare cinque minuti da sola, mi sentirò in colpa quando ne avrò bisogno. Se penso che una famiglia serena non dovrebbe litigare, ogni discussione con il mio partner sembrerà la prova che qualcosa non funziona.
Ma una famiglia non è serena perché non attraversa mai il caos. È serena quando possiede delle radici a cui tornare anche dopo il caos. Ed è uno dei motivi per cui nel Metodo di Educazione Yogica parto proprio da Mūla: dalla radice, dalla base, da ciò che ci permette di ritrovare il nostro centro.
Una famiglia può essere bella anche nelle sue imperfezioni
Nel Libro Mūla parlo anche di Wabi-Sabi, una visione che mi piace moltissimo portare nella genitorialità. Perché ci ricorda qualcosa che dimentichiamo facilmente: la bellezza non deve necessariamente essere perfetta. Anzi. Può esistere proprio nelle crepe, nelle trasformazioni, nelle cose vissute. E una famiglia è esattamente questo. Non è una fotografia perfettamente composta. È una casa dove qualche volta si ride e qualche volta si piange. Dove ci sono periodi semplici e periodi complicati. Dove cambiano gli equilibri. Dove arrivano bambini, stanchezza, nuove responsabilità. Dove due persone possono amarsi e contemporaneamente avere bisogno di imparare ancora tantissimo l’una dell’altra. Dove un genitore può essere incredibilmente presente lunedì e completamente esausto martedì. Non dobbiamo eliminare tutto questo. Dobbiamo imparare ad abitarlo.
I bambini non hanno bisogno di un modello irraggiungibile
C’è poi una domanda che mi piace farmi. Che cosa voglio insegnare davvero a mio figlio? Che un adulto forte non sbaglia mai? Oppure che può sbagliare e riparare? Che dobbiamo controllare sempre perfettamente le nostre emozioni? Oppure che possiamo sentirle, attraversarle e imparare a gestirle?Che dobbiamo riuscire in tutto? Oppure che possiamo fallire, fermarci e riprovare? Personalmente preferisco la seconda possibilità. Perché è molto più vicina alla vita che un giorno dovrà affrontare anche lui.
La presenza vale più della perfezione
Nel Metodo di Educazione Yogica torno spesso alla presenza. Essere presenti non significa dedicare ogni secondo della nostra giornata ai figli. E non significa nemmeno reagire sempre nel modo corretto. Significa esserci davvero. Accorgerci di ciò che sta succedendo fuori, ma anche di ciò che sta succedendo dentro di noi.
“Sto diventando nervosa.”
“Questa situazione mi sta mettendo in difficoltà.”
“Ho bisogno di fermarmi.”
“Sto reagendo a qualcosa che appartiene alla mia storia più che a quello che sta facendo mio figlio.”
Questo piccolo spazio di osservazione cambia tantissimo. Non sempre riusciremo a crearlo prima di reagire. Qualche volta arriverà dopo. Va bene anche così. La consapevolezza si allena.
Prova a cambiare domanda
La prossima volta che avrai una giornata in cui sentirai di non essere stato il genitore che avresti voluto essere, prova a non chiederti:
“Sono un cattivo genitore?”
Prova invece a chiederti:
“Che cosa posso imparare da quello che è successo oggi?”
Magari scoprirai che eri semplicemente troppo stanco. Che hai bisogno di chiedere più aiuto. Che una determinata situazione tocca qualcosa della tua infanzia. Che hai bisogno di mettere un confine. Che devi rallentare. O magari scoprirai semplicemente che oggi è stata una giornata difficile. Non tutto deve diventare una grande lezione. A volte possiamo anche andare a dormire e ricominciare domani.
Il genitore che cresce
Quando penso al tipo di educazione che vorrei portare attraverso il Metodo di Educazione Yogica, non penso a genitori impeccabili. Penso a genitori in movimento. Adulti che continuano a conoscersi. Che imparano a riconoscere i propri automatismi. Che provano a costruire un ambiente familiare più consapevole. Che sanno chiedere scusa. Che qualche volta fanno un passo indietro. Che cambiano idea. Che continuano a crescere mentre crescono i propri figli. Perché forse il regalo più grande che possiamo fare a un bambino non è mostrargli come essere perfetto. È mostrargli che per tutta la vita possiamo continuare a diventare un po’ più consapevoli di chi siamo. Ed è proprio da qui che nasce il percorso di Prima di educare tuo figlio, educa te stesso.
Non dalla perfezione.
Dalla presenza.



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