Wabi-Sabi e genitorialità: una famiglia non deve essere perfetta per essere felice
Ci sono mattine in cui immagini una colazione tranquilla in famiglia. Poi qualcuno rovescia il latte. Non trovi una scarpa. Tuo figlio decide che proprio oggi quei pantaloni che ha indossato altre cinquanta volte sono assolutamente impossibili da mettere.
Tu sei in ritardo. Rispondi male. Cinque minuti dopo ti senti in colpa per aver risposto male.
E magari, mentre cerchi disperatamente le chiavi, apri Instagram e trovi una famiglia che sta facendo pancakes a forma di orsetto in una cucina perfettamente ordinata.
Benvenuti nella genitorialità.
Quella vera.
Ed è proprio qui che un concetto apparentemente lontanissimo dal mondo dei bambini può diventare incredibilmente interessante:
Wabi-Sabi.
Che cos’è il Wabi-Sabi?
Il Wabi-Sabi è un’estetica e una filosofia giapponese legata alla capacità di riconoscere la bellezza nell’imperfezione, nella semplicità e nel passare del tempo. Pensiamo a un oggetto fatto a mano. Non è perfettamente simmetrico. Ha una piccola irregolarità. Magari porta i segni del tempo. Eppure è proprio questo a renderlo unico. Mi piace moltissimo portare questa idea nella famiglia. Perché se esiste un luogo in cui la perfezione dura pochissimo, quel luogo è probabilmente una casa con dei bambini.
E forse non dobbiamo combatterlo continuamente.
Abbiamo trasformato la genitorialità in una performance?
Essere genitori oggi significa avere accesso a una quantità incredibile di informazioni. Ed è una fortuna.
Possiamo conoscere meglio lo sviluppo dei bambini, informarci sulle emozioni, scoprire approcci educativi diversi e mettere in discussione alcune idee con cui siamo cresciuti.
Ma insieme alle informazioni è arrivata anche una pressione enorme. Non basta più semplicemente essere mamma o papà.
Dobbiamo essere bravi genitori. Presenti ma non soffocanti. Autorevoli ma non autoritari. Attenti all’alimentazione. Alle emozioni. Al sonno. All’autonomia. Agli stimoli. Alla relazione. Alla coppia. Alla nostra salute mentale.
Possibilmente mantenendo anche una casa accogliente, una relazione felice e un minimo di vita personale. A un certo punto viene quasi da chiedersi:
ma quando possiamo semplicemente essere una famiglia?
Una famiglia vissuta porta i segni della vita
Mi piace immaginare una casa familiare proprio come un oggetto Wabi-Sabi. Una casa vissuta non rimane intatta. Ci sarà il tavolo con qualche graffio. Il divano che non sarà più quello del primo giorno. I giochi in posti improbabili. I disegni. Le fotografie. Gli oggetti raccolti durante un viaggio. Le cose che abbiamo deciso di conservare senza sapere bene perché. Ogni segno racconta qualcosa.
E credo che succeda lo stesso alle persone. Diventare famiglia ci cambia. La coppia cambia. Il nostro corpo cambia. Le priorità cambiano. Il tempo cambia. Noi cambiamo. Non possiamo attraversare la genitorialità rimanendo perfettamente uguali a prima. E non credo nemmeno che dovremmo volerlo.
Il bambino non ha bisogno di un’infanzia perfetta
Questa frase per me è importante. Perché quando amiamo tantissimo qualcuno è naturale voler fare tutto nel modo migliore possibile. Vorremmo proteggerlo dalle nostre ferite. Dai nostri errori. Dalle difficoltà. Vorremmo scegliere sempre le parole giuste. Ma nostro figlio vivrà comunque momenti difficili. Ci saranno incomprensioni. Giornate in cui saremo stanchi. Promesse che dovremo cambiare. Discussioni. Errori. Non possiamo costruire un’infanzia completamente priva di crepe. Possiamo però costruire qualcosa di molto più realistico:
una famiglia capace di attraversarle.
Anche una relazione può essere riparata
Hai perso la pazienza? Puoi tornare. Hai detto qualcosa nel modo sbagliato? Puoi chiedere scusa. Tu e il tuo partner avete litigato? Potete ritrovarvi. Hai preso una decisione educativa che oggi non ti convince più? Puoi cambiarla. Non dobbiamo fare tutto bene al primo tentativo. Questa idea mi libera tantissimo. Perché sposta l’attenzione dalla perfezione alla capacità di riparare.
Una relazione forte non è necessariamente una relazione in cui non succede mai niente di difficile. Può essere una relazione nella quale sappiamo ritrovarci dopo.
“Ma avevo detto che non avrei mai fatto così”
Questa frase probabilmente appartiene a moltissimi genitori. Prima di avere figli abbiamo idee molto precise. Poi incontriamo il bambino reale. Con il suo carattere. Le sue esigenze. E contemporaneamente incontriamo una versione di noi che non conoscevamo ancora. Quella stanca dopo una notte quasi senza dormire. Quella che ha paura. Quella che non sa cosa fare. Quella che qualche volta perde completamente la pazienza.E può essere destabilizzante. Ma forse anche questa versione di noi merita un po’ di Wabi-Sabi. Non dobbiamo amarla perché urla. Possiamo lavorare per cambiare. Ma possiamo smettere di pensare che ogni errore cancelli tutto ciò che facciamo bene.
Imperfezione non significa disinteresse
Accettare l’imperfezione non significa dire:
“Va bene tutto.”
Non significa smettere di lavorare su noi stessi. Anzi. Per me è quasi il contrario. Se riesco ad accettare di non essere perfetta, posso osservare un mio errore senza dover immediatamente difendermi.
Posso dire:
“Qui potevo fare diversamente.”
E poi lavorarci. Senza trasformare quella situazione in:
“Sono una pessima madre.”
Una cosa riguarda un comportamento. L’altra riguarda la nostra identità. Sono due cose completamente diverse.
I nostri figli vedranno anche le nostre crepe
E forse va bene. Perché un giorno anche loro sbaglieranno. Anche loro perderanno la pazienza. Anche loro faranno scelte che rimpiangeranno. Anche loro attraverseranno relazioni complicate. Cosa vorremmo che pensassero in quei momenti?
“Ho sbagliato, quindi ho fallito.”
Oppure:
“Ho sbagliato. Posso capire cosa è successo, riparare e riprovare.”
Se vogliamo insegnare la seconda possibilità, forse possiamo iniziare a concederla anche a noi stessi.
La famiglia perfetta non esiste
Possiamo creare una famiglia bellissima. Ma non perfetta. Ci saranno fasi in cui saremo molto uniti. Altre in cui avremo bisogno di ritrovare un equilibrio. Ci saranno rituali che funzioneranno per anni e poi improvvisamente non funzioneranno più. Regole che cambieranno. Case che cambieranno. Persone che cresceranno. La famiglia è viva. E tutto ciò che è vivo cambia. Forse il nostro obiettivo non dovrebbe essere mantenerla perfettamente ordinata. Dovremmo darle radici abbastanza solide da permetterle di trasformarsi.
Un piccolo esercizio Wabi-Sabi per genitori
Pensa a una cosa che ultimamente ti ha fatto sentire un genitore “non abbastanza bravo”. Magari hai perso la pazienza. Avete mangiato qualcosa di improvvisato per tre sere. Hai lasciato tuo figlio davanti alla televisione più di quanto avresti voluto. Non hai mantenuto una routine. Hai dimenticato qualcosa. La casa è un caos.
Adesso prova a chiederti:
Questa cosa sta davvero facendo male alla nostra famiglia oppure non corrisponde semplicemente all’immagine del genitore che penso di dover essere?
La risposta può essere molto interessante. Se c’è qualcosa da cambiare, cambialo. Ma se stai soltanto inseguendo un ideale impossibile, forse puoi lasciarlo andare.
Prova anche a guardare ciò che normalmente non fotograferesti
C’è un altro piccolo esercizio che mi piace. Per un giorno osserva i momenti imperfetti della tua famiglia. I capelli spettinati della mattina. Una risata durante una cena improvvisata. I giochi sparsi sul pavimento. Tuo figlio addormentato in una posizione assurda. Una macchia sulla maglietta. Una giornata in cui il programma è completamente saltato ma siete stati bene comunque. Sono momenti che probabilmente non finiranno nella fotografia perfetta. Ma potrebbero diventare proprio quelli che un giorno ci mancheranno di più.
Forse la bellezza della famiglia è proprio qui
Nel Libro Mūla ho voluto inserire il Wabi-Sabi perché credo che abbia qualcosa di importante da insegnarci sulla genitorialità.
Possiamo lavorare su noi stessi. Possiamo diventare più consapevoli. Possiamo costruire radici più solide. Possiamo imparare nuovi modi di comunicare e provare ogni giorno a creare un ambiente familiare più sereno. Ma tutto questo non deve trasformarsi in un’altra ricerca della perfezione. La Fase Mūla non serve a costruire genitori perfetti. Serve a costruire radici consapevoli.
E dentro quelle radici ci saranno anche errori. Cambiamenti. Giornate storte. Tentativi. Riparazioni. Crepe. Perché una famiglia non diventa preziosa nonostante sia stata vissuta. Forse diventa preziosa proprio perché lo è stata.



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